Quale scienza per la sostenibilità?

Un mondo sempre più piccolo, complesso e conflittuale

Joan Martinez-Alier è uno studioso che da molti anni si occupa di evidenziare le relazioni tra i conflitti sociali e le condizioni ambientali. [BIOGRAFIA Martinez-Alier ]  Joan Martinez-Alier mostra come sia possibile porre in relazione la distribuzione geografica delle controversie  socio-ambientali a livello globale e il profilo metabolico, determinato da crescenti flussi di materia ed energia, delle economie nazionali e sovranazionali. In questo contesto, a proposito delle analisi costi-benefici, realizzate ad esempio per compensare in termini monetari le esternalità prodotte, scrive che “possono esserci degli attori che, anche se non necessariamente contrari alle compensazioni, evidenziano l’importanza della sacralità della terra, o dei diritti territoriali, o dei valori ecologici o paesaggistici, o dei diritti umani. Esiste una diversità di linguaggi di valutazione. Chi ha il potere di semplificare la complessità imponendo un metodo di risoluzione di tali conflitti? Chi ha il potere di imporre un solo linguaggio di valutazione?” (Martinez-Alier, 2009).[Social metabolism Martinez Alier]. E’ del 2014 una sintesi del pensiero di questo Autore, di cui vi proponiamo la traduzione in italiano [Martinez Alier geoforum 2014]

Fino ad ora la soluzione a tali questioni è stata cercata quasi esclusivamente nell’ambito della conoscenza scientifica. Ma sempre meno gli scienziati sono in grado di fornire risposte certe: proprio la complessità e l’interdipendenza di processi e fenomeni che avvengono nel mondo globalizzato, alimentati dalla straordinaria potenza tecnologica sviluppata dall’ingegno umano, rendono sempre più difficile non solo risolvere i problemi che via, via si presentano, ma anche esprimere previsioni sugli scenari futuri con un sufficiente livello di affidabilità. Non solo: spesso i risultati delle ricerche sono talvolta in contraddizione tra loro e le prospettive delineate appaiono caratterizzate da grande incertezza.

La crisi della scienza oggettiva Tra gli studiosi che si sono occupati della questione un contributo importante ha offerto Marcello Cini, le cui riflessioni ci hanno indotto a mettere in discussione l’idea che le conoscenze scientifiche siano neutre, oggettive, certe, e a riconoscerne ed esplorarne le implicazioni epistemologiche, le responsabilità sociali e la natura transitoria e conflittuale (Cini, 2006). Con parole diverse un altro studioso, Raimon Panikkar, sottolinea i limiti della conoscenza scientifica attuale. “La scienza moderna – egli fa notare – è una costruzione intellettuale, basata sugli aspetti quantificabili del reale, giustificata (generalmente) dalla sperimentazione, e frutto di una fiducia nella razionalità matematica”. La costruzione scientifica è però anche un edificio sociale e un mondo culturale che attualmente domina il modo di pensare e di vedere la realtà per buona parte dell’umanità e ha una propria ideologia: solo ciò che è “scientifico” ha garanzia di serietà, qualità e verità (Panikkar, 2005). Questioni come incertezza, indeterminatezza e ignoranza del sapere scientifico, sono invece aspetti meno considerati da questa forma di conoscenza.

La tecno-scienza sperimenta sull’intero pianeta  È ormai noto che il nostro pianeta non solo offre una disponibilità limitata di beni (Wackernagel et al., 2002), ma è anche molto “reattivo”: le perturbazioni che noi causiamo infatti – anche se di entità modesta e limitate nello spazio – innescano tra­sformazioni che, a loro volta, interessano scale spaziali e temporali al di là della nostra percezione e comprensione. Questo richiede un continuo sforzo volto sia alla conoscenza delle interconnessioni e delle interdipendenze tra i processi naturali, sia all’acquisizione di strumenti per svilupparne la consapevolezza e contribuire alla sostenibilità ambientale del nostro pianeta. Nel corso dell’ultimo secolo si è verificata una progressiva e rapida estensione della capacità della scienza e della tec­nologia di modificare, spostare e trasformare materia ed energia sul pianeta, in tempi sempre più brevi. In termini generali, siamo di fronte a un aumento esponenziale della potenza di interazione tra tecnoscienza, ambiente e società. Sono esempi di tecnologie ad alta potenza sia quelle estensive, che spesso determinano lo spostamento di popolazioni intere, sia quelle intensive, come le biotecnologie e le più recenti nanotecnologie.

Caratteristica fondamentale di questo tipo di tecnoscienza è che i suoi effetti si rendono manifesti soltanto mentre la si re­alizza, ovvero direttamente sul campo, oppure in un futuro più o meno lontano. Questo ha almeno tre ordini di conseguenze: il primo è che il livello di complessità del sistema è molto elevato – non si tratta di un laboratorio nel quale le interazioni sono semplificate – e, dunque, dominano incertezza e ignoranza. Il secondo è che la sperimentazione diretta non è reversibile. Complessivamente, questi due fattori implicano a loro volta la possibilità che insorgano conseguenze negative impreviste, imprevedibili e non rimediabili. In altri termini, in questo scenario ad alta potenza, la tecnoscienza promette benefici e nel contempo genera rischi ai quali non necessariamente sa come rispondere. Infine, il terzo ordine di conseguenze consiste nel fatto che il tipo di conoscenza utile a gestire una nuova tecnologia ad alta potenza non è definito a priori, ma è esso stesso il frutto di una negoziazione o più spesso di una competizione tra diverse discipline. Questo introduce una sostanziale indeterminatezza. Per esempio, i possibili danni alla biodiversità delle colture geneticamente modificate può essere descritto da una molteplicità di prospettive egualmente legittime, quali quella della biologia molecolare, quella dell’ecologia delle popolazioni, quella degli agronomi e dei coltivatori biologici che possono subire delle conseguenze negative, eccetera. Ciascuna prospettiva offre una spiegazione parziale e/o rappresenta un interesse specifico. In tale scenario la scienza, che sempre più viene chiamata in causa per aiutare nelle scelte, fornisce indicazioni che sono tal­volta in contraddizione tra loro. Questo provoca un disorientamento crescente da parte del pubblico, che non sempre ha strumenti/chiavi di lettura adeguati per valutare con consapevolezza: si pensi, ad esempio, ai cambiamenti nella percezione del pubblico rispetto alla sicurezza alimentare, tipica area di interazione tra scienza e regolamentazione politica, insorti con la crisi della sindrome BSE (la cosiddetta “mucca pazza”), o alla difficoltà di offrire un quadro non contraddittorio riguardo ai cambiamenti climatici in corso, tale da orientare i comportamenti dei singoli e della collettivitià.

Nel prendere atto che la sperimentazione diretta sul nostro (unico) pianeta implica necessariamente la presenza di incer­tezza, di ignoranza e di indeterminatezza nei modi di conoscere e prevedere della scienza, sin qui ritenuti infallibili, siamo forzati a ridiscutere il rapporto di privilegio di cui il metodo scientifico ha goduto sin dalle sue origini, nell’indirizzare l’azione politica. È questo lo scenario della cosiddetta scienza post-normale, elaborato negli anni novanta da due esperti di politiche della scienza, Silvio Funtowicz e Jerry Ravetz. In esso si mette in evidenza la necessità, nel decidere in merito agli sviluppi tecnoscientifici, di passare dalla consultazione di un ristretto gruppo di esperti scienziati, ad un dialogo aperto tra politici, scienziati e cittadini. La cittadinanza estesa ha la funzione, in tale contesto, non solo di valutare la qualità della conoscenza scientifica in gioco, ma soprattutto di creare a sua volta e di mettere a disposizione dei saperi rilevanti (Funtowicz & Ravetz, 1993; 1999).

Quale scienza per la sostenibilità? Negli anni ’90 Silvio Funtowicz e Jerome Ravetz introducono il concetto di scienza post-normale, partendo dalla considerazione che sempre più la scienza viene interpellata per risolvere problemi reali che richiedono interventi spesso urgenti e su vasta scala.
Ci si trova in un ambito di scienza post-normale quando i fatti sono incerti, i valori in conflitto, la posta in gioco alta e le decisioni urgenti: si tratta delle condizioni tipiche in cui viviamo attualmente nel mondo globalizzato. I due studiosi mostrano l’esigenza di un nuovo approccio: non si cerca più una dimostrazione, ma un dialogo, e la metodologia di lavoro prevede che non solo gli esperti, ma una comunità estesa di pari sia coinvolta e legittimata a portare le proprie conoscenze. “In queste situazioni” afferma Ravetz “ciascuno ha qualcosa da imparare da ciascun altro” [Ravetz, 2006].scienza postnormale

L’idea di scienza post-normale è stata ripresa e sviluppata da altri studiosi, in particolare da Gallopin, che ne ha chiarito alcune caratteristiche e ha proposto di chiamarla sustainability science, attribuendole qualità tali da poter diventare un efficace strumento concettuale per sviluppare una conoscenza non più dominatrice e potenzialmente distruttiva, ma consapevole e potenzialmente collaborativa. Egli sostiene che “in un mondo messo a rischio dalle conseguenze non volute del progresso scientifico, la fiducia sociale nelle dichiarazioni e istituzioni scientifiche non può più essere data per scontata”. E inoltre “sono necessarie procedure partecipative che coinvolgono scienziati, stakeholders, sostenitori, cittadini attivi”.

Il concetto espresso attraverso la scienza post-normale è stato ripreso da altri studiosi ed in particolare da Gilberto C. Gal­lopin che ne ha chiarito alcune caratteristiche e ha proposto di chiamarla “sustainability science” attribuendole qualità tali da poter diventare un’efficace strumento concettuale in grado di sviluppare una conoscenza consapevole e collaborativa:

“in un mondo messo a rischio dalle conseguenze non volute del progresso scientifico, la fiducia sociale nelle dichiarazioni ed istituzioni scientifiche non può più essere data per scontata. Sono necessarie procedure partecipative che coinvolgono scienziati, stakeholders, sostenitori, cittadini attivi”. E ancora: “ la scienza della sostenibilità deve esplorare, applicare ed insegnare un vasto insieme di strumenti e metodi, invece di focalizzarsi su pochi. Sarà ricettiva a nuove idee e visibilmente più olistica (ma non per questo meno rigorosa) della scienza attuale. Accogliendo l’incertezza e incorporando gli aspetti qualitativi porterà ad un enorme ampliamento dell’universo di soluzioni (e di domande)” (Gallopin, 2004).

Si tratta quindi di implementare nuove strutture politiche e sociali e nuove metodologie per aprire lo spazio pubblico e per de­mocratizzare non soltanto la conoscenza esperta, ma anche le modalità di comunicazione e di fruizione di tale conoscenza. Inoltre, affinché la partecipazione estesa sia efficace, una riflessione organica deve essere dedicata a come creare consa­pevolezza, come dare voce e potere all’immaginazione, individuale e collettiva, ovvero, in un’accezione di Sheila Jasanoff, a come ‘dischiudere il potenziale democratico’ della società civile (Jasanoff, 2008). Si tratta, in altre parole, di aumentare la capacità di riflettere collettivamente nell’interfaccia tra il piano fattuale, fondato sul “che cosa conosciamo” e il “che cosa possiamo fare”, e quello valoriale del “che cosa desideriamo” e “di che cosa abbiamo bisogno”.

Condividiamo il nostro pianeta come sistema biofisico complesso e limitato, incessantemente attraversato da flussi di energia, materia e informazione, in parte naturali, in parte alimentati e continuamente modificati dall’azione umana. Una varietà enorme e attualmente non quantificabile di forme viventi, compresa l’umanità, condivide spazi e risorse limitati in questo sistema, interagendo tra loro con varie modalità (competitive, cooperative, neutre) per soddisfare i bisogni primari e le proprie esigenze di benessere. In particolare, condividiamo l’idea che tutti gli esseri umani hanno pari diritti e che dovrebbero essere messi in grado di soddisfare i loro bisogni secondo un principio di equità. Secondo Amartya Sen (2004) “ciò che assicura equità non è tanto o solo l’uguaglianza di accesso ai beni essenziali, ma è la situazione che consente di esercitare le libertà sostanziali: in altri termini la capacità di scegliersi una vita a cui (a ragion veduta) si dia valore”. Per ottenere questo fine è necessario che lo sviluppo della conoscenza (in particolare della conoscenza scientifica) avvenga attraverso una partecipazione democratica, favorendo l’espressione e il confronto di una molteplicità di punti di vista, necessari per affrontare i problemi complessi e controversi dei sistemi socio-ambientali nei quali siamo inseriti.

Riferimenti bibliografici

Cini M. Il supermarket di Prometeo. La scienza nell’era dell’economia della conoscenza. Codice Ed., 2006.

Funtowicz, S. O., Ravetz, J. R., 1993. Science for the postnormal age. Futures 25, 739 – 755.

Funtowicz S.O. &  Ravetz  J. Post-Normal Science – an Insight now Maturing. Futures; 31 (7),  641-646, 1999.

Gallopìn G. Sustainable development: epistemological challenges to science and technology, paper presented at the Workshop “Sustainable development: epistemological challenges to science and technology”, Santiago de Chile, 13-15 Octobre, 2004.

Jasanoff  S.  Technologies of humility Nature 450, 33, 1 November 2007.

Martinez-Alier, J. Social metabolism, ecological distribution conflicts, and languages of valuation. Capitalism Nature Socialism, 20 (1), 58–87, 2009.

Panikkar R. Ambiguità della scienza.  http://www.gianfrancobertagni.it/materiali/raimonpanikkar/ambiscienza.htm.

Pannikar R. La porta stretta della conoscenza. Rizzoli, Milano, 2005.

Sen A. “Capabilities, Lists, And Public Reason: Continuing The Conversation,” Feminist Economics, Taylor & Francis Journals, vol. 10(3), pages 77-80, 2004.

Wackernagel M. et al. Tracking the ecological overshoot of the human economy.  PNAS   vol. 99 no. 14 p. 9266–9271, 2002.