Miniere in India

L’industria mineraria in India

miniera di BellaryL’india è un paese ricchissimo di risorse minerarie. Possiede un potenziale geologico di almeno 20.000 depositi di minerali e si trova ai primi posti per la produzione di alcuni minerali considerati fondamentali: carbone,  ferro, cromite e bauxite. Secondo il Geological Survey of India, l’Agenzia nazionale di esplorazione delle risorse minerali ed energetiche, esiste una riserva immensa di giacimenti  importanti che aspettano di essere esplorati e sfruttati.

mappa miniere IndiaI minerali sono classificati in  (a) risorse energetiche (carbone, lignite, petrolio e gas);  (b) principali minerali metallici (ferro, cromite, zinco, piombo) e non-metallici (diamante, oro, argento ecc); (c) minerali  minori (rocce, sabbia, marmo ecc.);  (d) minerali atomici (uranio, torio ecc.).

Miniera di carbone a Meghalaya

Miniera di carbone a Meghalaya

L’india produce circa 90 minerali usati per fornire carburanti, 10 di tipo metallico, 50 non-metallico, tre di tipo atomico e 23 minerali minori.

Fino agli anni ’90 il governo indiano seguì una politica mineraria nazionale orientata alla conservazione delle risorse, volta quindi a soddisfare esclusivamente il fabbisogno interno. Nel 2006 però tale tendenza si invertì completamente. I dati a disposizione mostrano che tra il 1993 ed il 2005 lo sfruttamento dei giacimenti minerari è cresciuto con un tasso annuo di 10,7 punti percentuali, e dal 2006 le politiche nazionali vengono dirottate verso uno sfruttamento sempre più massiccio dei giacimenti per rispondere alle richieste non solo del mercato interno ma anche internazionale, quello cinese in particolare. In questo periodo il governo indiano avvia una lunga serie di liberalizzazioni, incentivando la ricerca e lo sfruttamento di giacimenti minerari e aprendo la via agli investimenti dei privati, con un incremento delle quote di capitali stranieri nel settore minerario.

La mappa dei giacimenti di bauxite in India (2014)

La mappa dei giacimenti di bauxite in India (2014)

Secondo il Report annuale 2010-2011 del Ministry of Mines tra il 2010 e il 2011 nel Paese è stata estratta una quantità di minerali per un valore di 30 miliardi di euro, con un incremento del 12 per cento circa rispetto al biennio precedente. In questo contesto sono i minerali ad alto contenuto energetico ad avere un peso maggiore nella produzione totale (68%).Tra il 2010 e il 2011 il settore minerario ha concorso al 2,26 per cento al PIL indiano, con un valore di circa 15 miliardi di euro e crescendo di 2,5 punti rispetto al biennio precedente.

Una distribuzione geografica disomogenea   La distribuzione geografica delle riserve di combustibili fossili (per lo più carbone) e dei minerali metallici è fortemente disuguale. Le riserve di carbone e di minerali metallici si trovano per lo più tra l’India centrale e orientale, nei territori del Madhya Pradesh, Chattisgarth, Jharkhand e Orissa e all’interno di alcune aree del Maharashtra e dell’Andhra Pradesh. Alcuni giacimenti di carbone sono stati rinvenuti anche in Assam e Meghalaya, mentre la lignite è più diffusa lungo il Ghat orientale in Tamil Nadu.

I depositi di ferro sono diffusi in Orissa, Chattisgarth, Jharkhand, Karnataka e Goa. Rame, piombo e zinco si trovano per lo più in Rajasthan, mentre le riserve di bauxite  si concentrano in Orissa, Chattisgrath e Andhra Pradesh. Jaharkand, Orissa e Chattisgart emergono come i primi tre stati indiani per la presenza di depositi di minerali e quindi anche per lo sfruttamento delle loro preziose risorse. Circa il 70 per cento del carbone indiano, l’80 per cento dell’ematite e il 60 per cento di bauxite si trovano all’interno di questi tre stati.

Miniere / terreno agricolo  Quasi tutti questi giacimenti si trovano  nelle regioni più verdi, ricche di foreste e corsi d’acqua. La maggioranza degli abitanti di queste terre appartengono alle popolazioni più povere e marginali dell’India – scheduled tribes e scheduled casts -  la cui sopravvivenza dipende dalle foreste e dalle fonti d’acqua. Le foreste della ‘cintura di ferro’ (iron belt) sono abitate da numerose popolazioni Adivasi, cioè popolazioni indigene, native di quei luoghi, per le quali l’ambiente naturale non è solo una preziosa fonte di sostentamento, ma possiede anche un importante significato religioso, simbolico e sociale.

È chiaro allora che in India (come in molti altri luoghi del mondo) lo sfruttamento minerario non è solo una questione di estrazione e distribuzione di un prodotto ma una complessa questione ambientale, sociale ed economica.

gli scavi di miniera distruggono terreni agricoli

gli scavi di miniera distruggono terreni agricoli

Lo sfruttamento intensivo dei giacimenti minerari – come si è detto – devasta il territorio in maniera spesso irreversibile, inquina l’aria e l’acqua, sradica le persone e le comunità. Le estrazioni minerarie sono uno dei tanti interventi orientati verso lo sviluppo i cui effetti positivi e negativi sono ripartiti in maniera diseguale tra diversi strati della società. In India gli svantaggi ricadono per lo più sulle comunità tribali le cui terre sono quelle più ricche di risorse. Da ciò nascono gli scontenti che stanno manifestandosi da parte delle popolazioni locali in tutta l’India, che protestano contro le devastazioni apportate dalle attività  estrattive.

Ci troviamo così davanti a due aspetti in netta contrapposizione: da una parte guadagno economico e sviluppo, dall’altra perdita ambientale e sociale. Alla luce di questo e dei numerosi conflitti oggi in atto si rende necessario un ripensamento delle politiche di estrazione da parte del Governo indiano. L’incapacità da parte dello Stato e del settore estrattivo di ascoltare le proteste ha portato infatti ad una radicalizzazione sempre più acuta dello scontro, e ha visto la nascita di numerosi movimenti organizzati di opposizione, alcuni anche di matrice violenta.

L’impossibilità della ‘compensazione’ Lo scarso interesse da parte del governo rispetto alla questione delle evacuazioni forzate è testimoniato dall’assenza di dati ufficiali sul numero di persone che sono state costrette a lasciare i propri luoghi d’origine. Secondo i dati raccolti da uno studio del Centre for Science and Environment in India, tra il 1950 il 1991 (quando ancora il boom delle estrazioni non era iniziato), circa 2,6 milioni di persone sono stati costretti a lasciare i loro villaggi, e solo un quarto di loro è stato riallocato in maniera adeguata. Il quadro si fa più grave considerando che la maggior parte delle persone forzatamente trasferite dipendevano dalla terra come unica fonte di sostentamento.Le cose non vanno meglio per le famiglie non sottoposte a trasferimento coatto,  ma private dei propri terreni perché l’inquinamento di suolo, acqua e aria li ha resi inutilizzabili o perché sedi di estrazioni.

Esistono meccanismi di compensazione per risarcire le famiglie evacuate (ricompensi in denaro, terre, occupazione) tuttavia raramente funzionano a dovere. I compensi in denaro, nei rari casi in cui sono concessi, arrivano in ritardo e non tengono in considerazione che la terra sottratta era l’unica fonte di sostentamento del nucleo famigliare. I risarcimenti che prevedono l’assegnazione di nuovi appezzamenti in cambio di quelli ceduti sono difficili da ottenere a causa della scarsità di terreni. L’offerta di un posto di lavoro per un membro di ogni famiglia dislocata è la forma di ricompensa che desta più interesse: tuttavia si tratta di un’impresa di difficile realizzazione visto che il settore minerario richiede sempre meno forza lavoro e che i potenziali nuovi lavoratori sono poco specializzati. Inoltre si tratta di impieghi a tempo determinato: una volta esaurite le risorse l’industria estrattiva o di lavorazione dei minerale che offriva l’impiego abbandona il territorio lasciando centinaia di famiglie senza reddito e senza i terreni che un tempo costituivano la fonte di sostentamento primaria.

Un ulteriore problema risiede nel fatto che sono esclusi da ogni forma di risarcimento tutti coloro che non possiedono terreni in termini legali. Tra questi figurano le popolazioni tribali il cui diritto di proprietà si basa più sulla consuetudine che sui contratti cartacei. La situazione drammatica di queste popolazioni, che già figurano tra gli strati più poveri della società indiane, emerge chiaramente se pensiamo che il 50 per cento degli evacuati sono Adivasi.

La questione del trasferimento forzato ci rimanda ancora una volta al dibattito sull’equità e l’ingiustizia dello sviluppo: da una parte ci sono i beneficiari, dall’altra le vittime.

Studi condotti in India  mostrano che Jharkand, Chattisgrat e Orissa sono allo stesso tempo tra gli Stati con più alta dipendenza dall’industria mineraria e tra quelli con il salario pro-capite più basso. Sono stati inoltre rinvenuti alti tassi di povertà, mortalità e malnutrizione. Anche un’analisi distrettuale porta agli stessi risultati. Per esempio l’indice di sviluppo umano degli abitanti del distretto di Keonjhar, che produce un quinto di tutta la produzione di ferro indiano, è al ventiquattresimo posto tra i trenta distretti dell’Orissa.

Dove vanno allora gli ingenti profitti derivanti dall’estrazione e dalla lavorazione delle risorse? 

Attentati alla salute Oltre ai problemi legati alla presenza di polveri nei pressi delle aree di scavo,  un altro impatto importante sulla salute di coloro che vivono direttamente o indirettamente a contatto con alcuni minerali riguarda il rischio di contaminazione chimica o radioattiva. Ne è un esempio tanto importante quanto tragico quello della miniera di uranio di Jadugoda (nel Jharkhand) dove l’incidenza di problemi di salute e di riproduzione degli abitanti della zona è molto alta. Non solo qui ma in diversi siti di estrazione di questo minerale sono stati condotti studi che testimoniano una più alta presenza di insorgere di  leucemie, tumori e nascite deformi.

Problemi di salute possono sorgere anche nel momento in cui i residui dei minerali estratti vengono ingeriti. Questo accade quando, a causa delle scarse misure di tutela ambientale o dell’alta intensità dei processi, i residui o gli scarti filtrano nel terreno contaminando le acque delle falde e i corsi d’acqua.

Una ricerca condotta in Jharkhand  su un’area interessata da estrazioni di carbone ha rivelato alte concentrazioni di fluoro, manganese, nickel e solfati all’interno dell’acqua. Lo stesso studio sottolinea come tali metalli possono essere dannosi per gli esseri umani anche se presenti in discrete quantità all’interno dell’acqua ingerita. La ricerca mostra come la longevità degli abitanti della zona si sia drasticamente ridotta, per esempio la mortalità media per le donne è di soli 45 anni

Malgrado l’interesse mostrato da diversi organismi internazionali, centri di ricerca e attivisti i dati e le ricerche scientifiche riguardanti l’incidenza delle estrazioni minerarie sulla salute di coloro che ne sono a stretto contatto sono ancora pochi. Per questo le imprese hanno spesso avuto vita facile nel portare avanti processi estrattivi anche davanti a casi manifesti di malattie, di disturbi mentali e gravi deformità dovute all’esposizione a sostanze tossiche, scaricando ogni tipo di responsabilità. Tutto ciò, sommato all’apatia e alla corruzione dei sistemi statali, ha permesso a molte imprese di continuare e garantirsi l’impunità anche davanti a casi di evidente correlazione tra malattie e processi estrattivi.

Quale futuro è sostenibile? È necessario quindi arrivare una riflessione critica sull’imperativo di industrializzazione e sviluppo in maniera tale che si possano salvaguardare gli ambienti naturali e i diritti di sussistenza di milioni di persone. Occorre stabilire politiche, norme, procedure e istituzioni che assicurino che le imprese agiscano in maniera sostenibile dal punto di vista sociale ed ambientale (per esempio obbligando le imprese a versare una parte dei ricavi a un fondo per l’ambiente). Sarebbe anche importante creare dei sistemi per i quali le imprese non solo si preoccupino di arrecare il danno minore ma anche di contribuire a un reale (non di facciata) sviluppo economico e sociale dell’area in cui operano, in maniera partecipata coi suoi abitanti.

C’è infine chi pensa che lo sviluppo industriale secondo il modello occidentale sia insostenibile non solo per l’india ma per il mondo intero e ritiene che le attuali modalità di estrazione siano da bloccare.