La nonviolenza

Una definizione “operativa” di nonviolenza e di “educazione alla pace” che non sia solo, per quanto importante, filosofica o etica è quella di “capacità di trasformazione creativa e non distruttiva dei conflitti”, o più semplicemente “trasformazione nonviolenta dei conflitti”. Tra le varie scuole di pensiero e tra i vari autori che operano da tempo in questo settore, ci sembra particolarmente significativo il contributo teorico e pratico dato dalla scuola Transcend di Johan Galtung, del quale abbiamo tradotto e pubblicato il “Manuale per la trasformazione nonviolenta dei conflitti”, da lui preparato per operatori/trici delle Nazioni Unite. Galtung propone un modello teorico basato su tre elementi essenziali del conflitto: atteggiamenti, comportamenti, contraddizioni. La trasformazione nonviolenta si basa sulla capacità di operare con empatia sugli atteggiamenti, con dialogo e astensione dalla violenza sui comportamenti, e con creatività sulle contraddizioni.

L’azione educativa e formativa si svolge mediante casi di studio, giochi di ruolo e simulazioni. Lo scopo finale è quello di coinvolgere tutte le parti in gioco e riuscire a gettare ponti tra le richieste legittime di ciascuna parte.La tipologia dei conflitti affrontati in questo ambito è prevalentemente quella dei conflitti simmetrici, nei quali ciascuna delle parti ha grosso modo lo stesso potere. In questi casi è possibile svolgere un ruolo di mediazione, per quanto difficile possa essere nella realtà.

Quando invece si è in presenza di conflitti asimmetrici, nei quali una delle parti dispone di un potere molto maggiore (come nel caso emblematico della questione Israele/Palestina) è necessario riequilibrare il conflitto, con interventi di parti esterne che riescano a influire su chi detiene più potere, costringendolo ad accettare una reale mediazione. I Corpi Civili di Pace svolgono un’azione di questo tipo, sebbene operino in condizioni molto difficili, senza quasi nessun sostegno istituzionale.

Ma gli ambiti in cui si può esprimere il pensiero nonviolento, e si possono manifestare azioni nonviolente, sono numerosi, e riguardano sia dinamiche inter-personali (micro-conflitti), sia situazioni su scala più ampia, sia in termini spaziali che temporali.

Conflitti socio-ambientali e processi decisionali

La prospettiva della nonviolenza

L’approccio critico alla scienza riduzionista mette in discussione l’opportunità di affidarsi unicamente agli ‘esperti’ per risolvere i conflitti ambientali.  Nello stesso tempo si sta sviluppando la  consapevolezza della complessità dei sistemi naturali e della crescente capacità dell’umanità di interferire (anche distruttivamente) con i processi che consentono  la vita umana sul pianeta (dalla produzione di ossigeno alla disponibilità di acqua pura, dalla produzione di cibo al controllo del clima).    Prendere decisioni in questa situazione di crescente incertezza sta diventando sempre più difficile.

L’allargamento degli ‘aventi diritto’ a esprimersi nelle controversie socio-ambientali non risolve di per sé il problema di come affrontare il processo decisionale dal quale devono emergere in ultimo le indicazioni per l’azione.  Anzi, c’è il rischio che il numero crescente di ‘stakeholders’ porti a un blocco, o favorisca la formazione di schieramenti con conseguenti squilibri di potere. Sono frequenti i casi in cui i conflitti vengono ‘risolti’ in modo violento, con l’uso della forza o con l’esercizio del potere (istituzionale, culturale) di pochi nei confronti di molti. Le condizioni infatti sono spesso asimmetriche, e la pratica della discussione democratica carente.

La prospettiva della nonviolenza offre alcuni  suggerimenti  per affrontare i conflitti in modo costruttivo.

Nessuno possiede la verità, ognuno la ricerca nel dialogo.

E’ questo un principio cardine, un elemento fondativo della nonviolenza come “scienza dei conflitti”.  E’ possibile, infatti, essere davvero aperti al confronto, all’ascolto e al dialogo solo se si è consapevoli che tutti siamo cercatori di verità, ma nessuno può coglierla nella sua interezza e complessità. Ciascuno, dalla parzialità della propria collocazione, vede solo una parte, ed è  il dialogo che può aiutare tutti ad ampliare il proprio orizzonte e a vedere ciò che prima risultava invisibile.

Interdipendenza dei processi

In un sistema interattivo come è un conflitto nessun singolo attore detiene tutta la responsabilità, perché il comportamento di una parte influenza quello dell’altra. L’assertività, cioè la capacità di far valere le proprie ragioni senza far violenza all’altro né subire la sua violenza è la competenza relazionale da costruire a questo scopo.

 Sviluppare la forza interiore

L’indignazione, la rabbia che si sviluppano in un contesto conflittuale, in quanto espressione di una  positiva ribellione contro situazioni ingiuste, non sono di per sé distruttive, è piuttosto il modo in cui si manifestano che può essere tale. La nonviolenza, distinguendo tra aggressività e violenza, ha liberato l’energia costruttiva  dell’aggressività benigna (assertività), trasformandola in forza interiore e utilizzandola come motore per il cambiamento.

Per un approfondimento si rimanda alla consultazione del sito del Centro Studi Sereno Regis e alla lettura di alcuni testi:

Due libri (entrambi reperibili presso il CSSR) possono aiutare a introdurre idee e metodologie nonviolente in ambiente educativo:

  • Il conflitto,rischio e opportunità  ( E. Camino & A. Dogliotti), Ed Qualevita, 2004
  • Discordie in gioco. Capire e affrontare i conflitti ambientali (E. Camino et al.) Ed La Meridiana, 2008.

copertina gioco TAV