Dai conflitti agli ‘immaginari’

A monte dei conflitti, quali immaginari collettivi?  Le controversie che riguardano la costruzione di centrali nucleari in India – così come quelle che coinvolgono comunità contadine e tribali che si oppongono alla costruzione di grandi dighe, agli scavi di gigantesche  miniere, all’installazione di impianti industriali – testimoniano in realtà un conflitto tra due visioni del mondo:  tra chi persegue lo sviluppo economico destinato a una minoranza, e chi considera essenziale coniugare ecologia ed equità.  Pensiamo un momento a noi stessi: sulla base di che cosa formuliamo le domande che ci poniamo, le questioni che sentiamo problematiche? Come facciamo a decidere quali sono gli argomenti che ci ‘toccano’,  e quali scelte riteniamo prioritarie? Molto dipende dall’IMMAGINARIO in cui siamo immersi, dalla VISIONE DEL MONDO che abbiamo elaborato (per lo più inconsciamente) attraverso la famiglia, la scuola, la società, i media.    Nelle immagini che seguono sono indicate alcune ‘parole chiave’ che nel loro insieme ci aiutano a definire due visioni del molto diverse.

visione antropocentrica

Una visione ANTROPOCENTRICA

visione ecocentrica

Una visione ECOCENTRICA / GEOCENTRICA

L’idea di scienza, di natura, di civiltà, di progresso… In un mondo in cui in parallelo ai conflitti aumenta anche la complessità delle situazioni, la difficoltà di affrontare processi decisionali  in cui la posta in gioco è sempre più alta. Anche su questo aspetto la visione del mondo  svolge un ruolo essenziale. Leggiamo alcune riflessioni di Alice Benessia (La fotografia e l’esperienza dell’ignoto, relazione a Convegno, 2013  [1]). Vi sono molte possibili attitudini, individuali e collettive, nei confronti della complessità, dell’incertezza e, più in profondità, dell’ignoto. Due di queste si trovano agli estremi di una dicotomia: l’una consiste nello sviluppare degli strumenti per controllare il futuro, minimizzare i possibili eventi avversi e massimizzare l’eventualità di sviluppi positivi. L’altra si fonda sul rendersi sufficientemente consapevoli del presente, e pertanto pronti allo svolgersi del tempo. La prima attitudine consiste nel concentrarsi essenzialmente sul modificare il mondo esterno, dunque sullo sviluppare e mantenere il potere e il controllo sui fenomeni naturali. La seconda si fonda sul preservare e raffinare la capacità degli esseri umani, e più in generale di tutti i viventi, di reagire e di adattarsi; dunque è fondata sul sostenere e migliorare la nostra resilienza individuale e collettiva. L’apparato tecnoscientifico contemporaneo, nella sua natura altamente contraddittoria e paradossale, inclusi i suoi innegabili successi, può essere interpretato come una risposta che emerge dal primo tipo di approccio. In questo scenario, la complessità è un intralcio che va eliminato dal sistema, o per lo meno semplificato nei termini di complicazione trattabile. L’incertezza e la paura dell’ignoto sono tradotte in valutazione e percezione del rischio. D’altro canto, le epistemologie e le pratiche dei popoli indigeni ancora presenti, così come, ancora più radicalmente, quelle degli animali che popolano con noi il pianeta, possono essere messe in relazione con la seconda disposizione. La complessità può diventare una risorsa quando emerge dalla biodiversità culturale e naturale. L’incertezza e l’ignoto possono funzionare come cardini per un agire creativo.

Anche gli strumenti che utilizziamo per agire possono essere molto diversi. Se pensiamo all’umanità come ‘esterna’ alla natura, cerchiamo di aumentare la potenza e il controllo che siamo in grado di esercitare:  se ci consideriamo interni alla natura, e da essa dipendenti,  assumiamo atteggiamenti di umiltà e scelte di resilienza. Differenze analoghe troviamo nelle  modalità di gestione dei conflitti e nella interpretazione che diamo al concetto di  democrazia:  da una parte la democrazia rappresentativa, che si basa sulle decisioni  prese dalla maggioranza e difese,  se necessario,  con la VIOLENZA.  Dall’altra la democrazia partecipativa, praticata nel rispetto delle minoranze e con la NONVIOLENZA come qualità  indispensabile nelle relazioni interpersonali  tra umani e verso gli altri viventi.

Schematicamente possiamo individuare e mettere a confronto due visioni estreme (tra le quali, naturalmente, sono possibili tutte le posizioni intermedie!):

La visione “antropocentrica-moderna” La visione  “eco-centrica – postmoderna”
  • lo sviluppo come crescita illimitata
  • scienza/tecnologia come strumenti per trovare risposte certe ai problemi e alle crisi del mondo contemporaneo
  • guerra come mezzo legittimo per affrontare  conflitti che nascono dalla concorrenza sulle risorse, dalle divergenze tra sistemi economico-sociali-politici-culturali-etici ecc..;
  • La percezione di un mondo finito e interdipendente
  • scienza/tecnologia orientate dai principi di incertezza, precauzione, reversibilità, complessità
  • conflitto come passaggio ineludibile; trasformazione nonviolenta dei conflitti come apprendimento cruciale per affrontare la complessità delle relazioni umane, soprattutto in un sistema globale, su una  base di equità e di salvaguardia della vita nel senso più ampio

Confini dell’immaginario e del reale  I confini del mondo si sono estesi fino ai limiti della Terra, e oltre… alimentando (nell’élite ricca e potente) l’utopia della crescita infinita e del dominio sulla natura. Poi i confini del mondo si sono ridimensionati: ora il Pianeta è diventato il ‘villaggio globale’ e ci mostra i confini del reale. Da qui derivano:

  • Conflitti di concorrenza per risorse limitate
  • Trasformazioni incontrollate dei cicli biogeochimici  (dagli inquinamenti locali ai cambiamenti climatici)
  • Disparità sociali, disparità di accesso alle risorse naturali

Le controversie socio‐ambientali che in questi ultimi decenni si stanno moltiplicando in tutto il mondo – spesso sfociando in tragiche guerre – richiedono una assunzione di consapevolezza sui motivi di fondo e sulla posta in gioco. Una nota scrittrice indiana, Arundathi Roy, in un suo  saggio (*), descrive il suo incontro con alcuni gruppi di ‘ribelli’, che si oppongono ai processi di espropriazione (dalle foreste, dalle montagne, dai terreni fertili, dalle fonti d’acqua) che accompagnano l’espandersi dello sviluppo tecnologico e industriale.

Nelle sue riflessioni l’Autrice invita a prendere coscienza della prepotenza e dei limiti della grandiosa narrazione del mondo moderno, che ipotizza una crescita illimitata nonostante l’evidenza di abitare in un pianeta fisicamente circoscritto, e affida alla tecnologia il compito di assicurare il ‘benessere’, trascurando l’importanza della qualità delle relazioni umane e l’urgenza di soddisfare i bisogni umani fondamentali: il cibo, un’abitazione, gli affetti, la salute, la possibilità di esprimere i propri talenti.

Quando definite la bauxite che si trova nelle montagne una ‘risorsa’, state cadendo automaticamente nel linguaggio del capitalismo estrattivo. Perché, per gli adivasi (**), la bauxite fuori dalle montagne è inutile; la bauxite dentro le montagne è la fonte di vita, la fonte della speranza, la fonte di tutto. La bauxite estratta vale per alcune corporation quattromila miliardi di dollari, ma per una cultura che non la contempla come una risorsa, essa vale niente.”

 

(*) Roy Arundhati. In marcia con i ribelli, Guanda, 2012.

(**) Gli ‘adivasi’ sono i popoli indigeni, coloro che vivono nel territorio da tempi immemorabili.

 

 



[1] Benessia, A., Funtowicz, S., Bradshaw G., Ferri F., Ráez-Luna E.F. and Medina C.P. 2012. Hybridizing sustainability: Towards a new praxis for the present human predicament. Sustainability Science 7(1): 75-89, DOI 10.1007/s11625-011-0150-4.