Conflitti socio-ambientali nel mondo

Conflitti socio-ambientali nel mondo

Nel 1993 uno studioso tedesco, Wolfgang Sachs, pubblicò un saggio dal titolo “Global ecology and the shadow of ‘development’, che costituisce il primo capitolo della prima parte del libro “Global ecology: a new arena of political conflict”  (Zed Books, London, 1993).  Ne riportiamo una frase.

While [President] Truman (who in 1949 defined the poorer countries of the world as “underdeveloped areas”) could still take for granted that the North as at the head of social evolution, this premise of superiority has today been fully and finally shattered by the ecological predicament.  For instance, much of the glorious rise in productivity is fuelled by a gigantic throughput of fossil energy, which requires mining the earth on one side and covering it with waste on the other. By now, however, the global economy has outgrown the earth’s capacity to serve as mine and dumping ground….If all countries followed the industrial example, five or six planets would be needed to serve as ‘sources’ for the inputs and ‘sinks’ for the waste of economic progress.  (Wolfgang Sachs).

Mentre [il presidente] Truman (che nel 1949 ha definito i paesi più poveri del mondo come “aree sottosviluppate”) potrebbe ancora dare per scontato che il Nord esprime la fase più avanzata dell’ evoluzione sociale, questa premessa di superiorità è oggi profondamente messa in discussione dalla gravità della situazione ecologica. Per esempio, gran parte del glorioso aumento della produttività è alimentato da un enorme flusso di energia fossile, che richiede da un lato di scavare la terra con le miniere, e dall’altro  di ricoprirla di rifiuti.  Ormai, tuttavia, l’economia globale ha superato la capacità della Terra di  servire da miniera e da discarica …. Se tutti i paesi seguissero  l’esempio dei paesi industrializzati, sarebbero necessari cinque o sei pianeti per servire come ‘fonti’ per il prelievo di risorse  e “pozzi di assorbimento” per i rifiuti prodotti dal progresso economico. (Wolfgang Sachs).

Di questo studioso sono disponibili numerosi llibri e articoli. Ne indichiamo alcuni:

Rise and decline ideal Sachs 2000 ENG

Natura giustizia crisi dello sviluppo Sachs

Ma è il progresso che ci ruba la vita Sachs

Le ombre dello sviluppo sull’ecologia Sachs

Un mondo senza pace

La situazione descritta lucidamente da Sachs all’inizio degli anni ’90 del secolo scorso è andata rapidamente peggiorando.  Sempre più spesso si sente parlare di sostenibilità e di crisi socio-ambientali. Il futuro della nostra specie sul pianeta è al centro di un dibattito internazionale molto acceso. Cosa bisogna fare? Ci salveranno la scienza e la tecnologia? Occorreranno altre forme di conoscenza? Quali?

Ciascun esperto, ricercatore, membro della società civile, vede il problema dal proprio punto di vista, dal contesto territoriale, dalla situazione concreta di vita: dal confronto emerge la complessità della attuale situazione globale, e la difficoltà di trovare un accordo sulla strada da intraprendere per affrontare in modo costruttivo e collettivamente coerente questa crisi globale.

Il rapporto esistente tra scienza, arte e saperi tradizionali e locali. La conoscenza e l’esperienza diretta. Gli immaginari collettivi che “sostengono” l’attuale situazione “insostenibile”.  Il progresso, la tecnologia e i relativi impatti socio-ambientali. La globalizzazione dei mercati e dei saperi, e la conseguente standardizzazione dei “modi di vivere” e delle conoscenze. La democrazia e l’equità. La perdita delle diversità, quella biologica e quella culturale.   Questi sono alcuni degli aspetti, dei nodi che occorre affrontare.

Il proliferare di conflitti armati   Assistiamo sempre più sgomenti e impotenti al moltiplicarsi di conflitti armati: alcuni lontani, altri sempre più vicini: Repubblica Centro-africana, Sud Sudan, Libano e Siria…Afghanistan, Myammar, Thailandia…Colombia, Messico…Cecenia, Ucraina…

Nella primavera del 2014 è  stata pubblicata la V edizione dell’ “Atlante delle guerre e dei conflitti del mondo. E’ un annuario che informa sullo stato dei conflitti che si combattono sul nostro pianeta. Il  progetto è nato dalla volontà di un gruppo di giornalisti e inviati di guerra di costruire uno spazio dedicato unicamente all’informazione sugli Esteri, offrendo ai lettori uno strumento – adatto anche ai non esperti di politica internazionale – in grado di raccontare quei conflitti troppo spesso “dimenticati” dall’informazione.
La prima edizione dell’Atlante delle Guerre è uscita in libreria nel 2009.  La V edizione offre ai lettori 248 pagine a colori; all’interno del volume si trovano 36 “schede conflitto”, lo speciale Pirateria; lo speciale “Donne e Guerra” con il reportage fotografico dall’Etiopia di Federica Miglio, fotografa e documentarista; lo speciale sui Conflitti ambientali a cura del Centro di documentazione sui conflitti ambientali, ecc.

Ai conflitti armati si associano, da un lato, spese militari crescenti e consumo di risorse naturali preziose, dall’altra un aumento delle comunità e popolazioni che si trovano private delle loro terre, dei mezzi di sussistenza, e sono costrette a fuggire: molte verso i campi profughi, dove vivono in condizioni di estrema povertà, molte verso le rotte dell’emigrazione, dove incontrano spesso destini tragici.

La situazione ambientale è sempre più drammaticamente presente tra le cause di conflitto: la ridotta disponibilità di risorse energetiche e materiali,  la riduzione di terreni fertili e di acqua,  l’accumularsi di rifiuti inquinanti nelle falde, nel suolo, nell’aria.  Due  esempi per tutti, che compaiono  – spesso in modo superficiale e improprio – le cronache dei media:  le guerre per il petrolio, e i conflitti conseguenti agli spostamenti forzati di  popolazioni in conseguenza ai cambiamenti climatici. La drammaticità della situazione globale ha portato, appena un anno fa, nel 2013, a ‘inventare’ una nuova parola: “biocidio”.

Nel numero di settembre 2014 della rivista ‘Lo straniero’ vi sono alcuni saggi dedicati al ‘paese dei fuochi: l’Italia del biocidio’ (http://www.lostraniero.net/) in cui all’analisi dei casi italiani si accompagnano alcune considerazioni sui conflitti ambientali nel mondo.

Conflitti lungo la filiera globale  Da alcuni anni si sta realizzando un Progetto Europeo, The  EJOLT Environmental Justice Organisations“ finanziato dalla Commissione Europea per il periodo  2011-2015 (http://www.ejolt.org/).  Con l’aumentare dei consumi globali di risorse, e con il crescere della popolazione mondiale, la ricerca  per Energia e Materia  provoca l’espansione delle frontiere delle merci.  Lungo l’intera filiera globale della produzione, dall’estrazione alla trasformazione, alla distribuzione, allo smaltimento,   gli impatti del degrado ambientale sono distribuiti in modo INEGUALE tra le popolazioni.

Environmental Justice Organisations (EJOs)  sono  organizzazioni  della società civile  coinvolte in conflitti relativi all’estrazione di risorse materiali  o allo smaltimento dei rifiuti, e puntano l’attenzione al legame tra  l’esigenza di sicurezza ambientale e  la difesa dei diritti umani, allo scopo di  riequilibrare  carichi ambientali  sbilanciati.  Il piano d’azione  di EJOLT prevede la produzione di  databases,  l’istituzione di reti, lo sviluppo di  casi studio, possibili azioni legali , disseminazione di buone pratiche, materiali di formazione,  convegni sui conflitti ambientali, a partire da alcune domande:

Quali sono  le cause profonde  dei crescenti conflitti  socio-ambientali  alle diverse scale? Come trasformare questi conflitti in forze orientate alla sostenibilità ambientale?

L’Atlante dei conflitti ambientali, messo a punto all’interno di questo Progetto,  presenta situazioni di conflitto presenti in tutte le aree geografiche, basate sulle indicazioni degli attivisti, e fornisce una piattaforma per gli scambi di informazioni  su problematiche affini;  fornisce conoscenze aggiornate sugli indicatori di metabolismo sociale  e sui flussi di E & M relative alle intere filiere (dall’estrazione allo smaltimento); mette in luce problematiche sanitarie spesso sconosciute ai consumatori; fornisce metodologie per interpretare in modo critico i linguaggi  relativi alla ‘valutazione’ degli impatti; offre le basi per intraprendere azioni legali.

Siamo tutti soggetti attivi nei conflitti   Anche se ci consideriamo estranei ai macro-conflitti di cui quotidianamente riceviamo  notizie dai  giornali e dai media, in realtà siamo tutti coinvolti: ciascuno di noi, con le sue scelte e azioni, contribuisce a realizzare un certo tipo di mondo. Nessuno di noi sostiene la guerra, la violenza, l’uso delle armi. Ma nel momento in cui – consapevolmente o no – attingiamo a beni e servizi della natura in modo superiore a quello che ci spetterebbe nel caso di una distribuzione equa, oppure produciamo rifiuti o scorie non riciclabili, contribuiamo ad alimentare la ‘macchina bellica’ che ci permette di continuare ad avere uno stile di vita basato su una distribuzione non equa dei beni e delle opportunità.

Trasformarsi per trasformare il mondo Per contribuire a trasformare costruttivamente i conflitti, e a restituire alla Terra il rispetto e la reverenza che le sono dovute, un passaggio importante è quello di aumentare la  consapevolezza dei nostri modi di pensare, e di capire quanto siamo influenzati dall’immaginario che – attraverso una molteplicità di canali di comunicazione (dagli spot pubblicitari agli articoli di cronaca ai saggi scientifici) – la nostra società ci propone.  La conquista di un pensiero libero, riflessivo e critico è un passo importante nel partecipare ai processi decisionali su tematiche conflittuali e nel scegliere le strategie  più adeguate per porsi in relazione con gli altri.

I conflitti socio-ambientali a livello globale non stanno distruggendo solo popolazioni e culture:stanno creando condizioni di NON vivibilità per la specie umana.

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Una vignetta di Biani su  Il Manifesto