Un Paese ‘emergente’

L’India, negli ultimi anni, ha fatto notizia prevalentemente per il suo ingresso tra le “economie emergenti” del pianeta. Dopo secoli di colonizzazione inglese e alcuni decenni di economia post-coloniale di stampo socialista, le liberalizzazioni degli anni ’90 hanno proiettato il paese nell’economia globale. Tra il 2003 e il 2010 il suo prodotto interno lordo è cresciuto dell’8,8 per cento annuo. Nell’ottobre 2003 Goldman Sachs ha incluso l’India tra i paesi che stavano cambiando gli equilibri strategici mondiali. Secondo questo rapporto il gruppo soprannominato BRIC (Brasile, Russia, India, Cina) nel 2039 avrà un PIL combinato più alto di quello dei G6 e nel 2050 la Cina sarà la più grande economia mondiale, seguita dagli USA con l’India al terzo posto.

Tuttavia la crisi scoppiata nel 2008 ha colpito anche i BRIC. Nei primi mesi del 2012 Cina, India e Brasile hanno ridimensionato le previsioni di crescita. Ancora nei primi mesi del 2011 i dirigenti di New Delhi vagheggiavano di superare la soglia del 10 per cento. La crescita si è poi attestata su un più modesto 7 per cento, un sogno per qualsiasi paese europeo, ma non per una nazione che vede aggiungersi alla sua popolazione tra le 15 e 20 milioni di persone.

Eppure l’ottimismo non sembra scalfito. La classe media urbana continua ad affollare i centri commerciali, i consumi interni crescono e le previsioni restano rosee.

Buona parte della crescita indiana degli ultimi vent’anni è dovuta all’information technology, cioè alla produzione di software e di servizi alle imprese di paesi industrializzati che hanno delocalizzato in India contabilità, archivi, tele marketing o call center. Soprattutto sono cresciute le zone economiche speciali  per l’industria e gli investimenti (nazionali e internazionali) nell’estrazione di materie prime minerarie di cui l’India è ricca (bauxite, cromite, carbone, diamanti, minerali di ferro, gas naturale, petrolio e titanio).

Una estesa borghesia occidentalizzata…

Tutto ciò ha portato la democrazia più grande del mondo ad attirare investimenti anche dall’estero e ad inserirsi all’interno dei mercati globali. Uno dei risultati di questo rapido processo di crescita è la diffusione, soprattutto nelle aree urbane, di una élite borghese che produce e consuma. I dirigenti del mondo della finanza e dell’information technology praticano stili di vita occidentali, vivono in case di lusso e lavorano all’interno dei più moderni grattacieli. Proprietari ed azionisti di importanti industrie di estrazioni minerarie intrattengono rapporti costanti coi loro omologhi del mondo occidentale ed educano i propri figli nelle prestigiose università inglesi o politecnici indiani. L’India è costituita di tante diverse realtà che si affiancano, sovrappongono e a volte si scontrano, molte delle quali però sono nascoste da un’unica rappresentazione dominate: quella dello sviluppo. Le moderne città, i villaggi delle aree rurali, la ricca borghesia, i movimenti di contadini, i politecnici prestigiosi e le scuole nelle campagne, gli ingegneri dell’hi tec e gli illetterati sono tutti parte della medesima realtà, esistono nella loro contemporaneità. Le narrazioni ufficiali hanno scelto però di enfatizzare solo una parte di questo complesso sistema di interazioni. Tanto è che  durante la sua ultima visita ufficiale in India (2010) Barak Obama affermava davanti ad un bagno di folla “L’India non è più un paese in via di sviluppo, è un paese sviluppato”.  Ma l’India non è questo, o perlomeno non solo.

… e comunità contadine impoverite

L’immagine dell’India del boom economico è quella prevalentemente diffusa dai media sia all’interno che all’esterno del paese e che pervade l’immaginario occidentale del paese asiatico. Si tratta di una realtà effettivamente esistente ma che mette in ombra la complessità del paese, che non considera l’India dei villaggi, né quella dei 390 milioni di persone che vivono con meno di 1,25 dollari al giorno e nemmeno quella dei movimenti che protestano contro le espropriazione delle proprie terre e risorse in nome dello sviluppo.

Già Gandhi sosteneva che lo spirito e l’anima dell’India si trovassero nelle comunità di villaggio: “L’india vera non va cercata nelle sue poche città, ma nei suoi 700.000 villaggi”. È innegabile che rispetto ai tempi di Gandhi il passaggio da una società agricola ad una di tipo industriale, in atto da qualche decennio a questa parte, abbia portato ad un massiccio spostamento della popolazione delle campagne alle città, ma non possiamo non considerare che oggigiorno il 70 per cento degli indiani risiede nei villaggi lontani dalla vita dai grandi agglomerati urbani e che le città vicine al modello occidentale siano pochissime: Nuova Delhi, Bombay, Hyderabad, Calcutta e poche altre.

Cresce il PIL, cresce la povertà

Nonostante la crescita del PIL, i programmi sociali che il governo ha varato negli ultimi anni non compensano l’effetto dei prezzi più alti, i divari di reddito o l’appropriazione delle risorse naturali a cui la popolazione rurale aveva accesso: terre comuni, foresta, acqua, progressivamente inglobati dal mercato. Così  l’India continua ad essere molto in basso nella graduatoria  del ‘benessere’: nel 2013 il suo Indice di Sviluppo Umano la pone al 126esimo posto.

 

La vita quotidiana in campagna

Forse non molti sono al corrente che nell’India di oggi la vita delle persone residenti nei villaggi viene scandita da ritmi, usanze e consumi totalmente diversi dai nostri e da quelli delle metropoli. Ogni mattina le persone si alzano quando è ancora buio per condurre le diverse incombenze domestiche prima di andare a lavorare nei campi come lavoratori salariati. Le faccende da svolgere in questa quotidianità comportano tra l’altro il recarsi alla fonte più vicina per fornirsi dell’acqua utile per gli usi domestici e il recarsi in un campo per espletare le proprie funzioni fisiche: sono poche infatti le abitazioni dotate di rete idrica e toilette. Inoltre molte donne residenti nei villaggi utilizzano la legna per cucinare, più economica del gas: parte del tempo lo dedicano quindi a raccogliere il legname per cucinare per tutta la famiglia. Mentre attendono che la colazione sia pronta, si dedicano a lavare a mano i panni con l’acqua appena recuperata.  Nell’India dell’high tec le lavatrici non sono un prodotto di massa, forse non lo saranno mai. In quest’India rurale frigoriferi, automobili, sistemi di aria condizionata e tanti altri articoli di consumo che appartengono alla nostra quotidianità sono beni di lusso appannaggio di pochi.

Il 20 novembre 2013 è stato presentato dalla Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo il rapporto annuale dell’indice di sviluppo umano. Lo “Human development index” è una statistica composita delle voci “longevità”, “istruzione” e “reddito” che valuta la qualità della vita nei singoli Paesi del mondo senza focalizzarsi esclusivamente sul solo dato macroeconomico del Pil.

Dal rapporto 2013 emerge che la sola crescita economica non si traduce automaticamente in miglioramento della qualità della vita senza adeguate politiche redistributive e significativi investimenti in talenti e risorse umane.