Ambiente e sviluppo in India

Il ‘metabolismo’   del Paese

Diversi studiosi (Martinez Alier et al.,  2004; Sachs, 2003; Singh et al., 2012) hanno sottolineato il collegamento tra crescita economica e aumento delle necessità di materiali ed energia, mettendo in luce le problematiche che tale rapporto può generare in termini di disponibilità di risorse, conflitti sociali, pressioni sulla terra e sugli ecosistemi ed emissioni in atmosfera.

In India in particolare le politiche economiche perseguite a partire dagli anni ’90 del secolo scorso sono state orientate alla liberalizzazione e alla crescita dei consumi.  L’aumento del reddito medio (accompagnato per altro da profonde disparità sociali) e la pressione demografica hanno causato un aumento vertiginoso nell’uso di minerali e combustibili fossili.  Negli anni ’60 il consumo di minerali e combustibili fossili era di 0,7 t/ab/anno mentre nel 2008 era salito a 2,6 t/ab/anno (Singh et al, 2012). (E’ disponibile una sintesi in italiano di questo articolo).

Sebbene l’India sia ricca di minerali (ferro, bauxite, rame) e le sue riserve siano ancora abbondanti, l’impatto sociale ed ambientale delle attività estrattive è già molto forte in ampie zone dell’India. Inoltre per soddisfare le richieste energetiche di una popolazione in crescita e di un’economia orientata verso lo sviluppo industriale sono in atto diversi progetti nel settore dell’idroelettrico e del nucleare, con crescenti disagi e proteste da parte delle popolazioni coinvolte o dislocate. Gli aspetti collaterali del tanto auspicato sviluppo indiano includono infatti la costruzione di grandi dighe per la produzione di energia elettrica, con la formazione di enormi bacini e il conseguente allontanamento di milioni di persone e la distruzione di flora e fauna dell’ambiente circostante. Analoghi processi di appropriazione di vasti territori agricoli e forestali, abitati da popolazioni contadine e tribali, avvengono per la costruzione di centrali nucleari e di impianti industriali.

Impronta ecologica e PIL

Rispetto alla sostenibilità di questo trend è interessante riprendere l’analisi elaborata da Singh et al. proposta nel già citato articolo. In India i livelli di consumo pro-capite di materia sono ancora ben al di sotto della media globale, tuttavia la pressione esercitata sull’ambiente è già molto intensa, e le prospettive future sono inquietanti non solo per l’India, ma per il mondo in generale.  Studi demografici infatti stimano che nel 2050 la popolazione indiana sarà di 1 miliardo e 69 milioni. Se l’India dovesse raggiungere le prestazioni del Giappone le sue richieste di materia ed energia aumenterebbero di un fattore 10 o 15: lo sviluppo della sola India porterebbe a un aumento del 34 per cento dei flussi di materia a livello globale. Sebbene sia chiaro che occorre migliorare le condizioni di vita della popolazione, è evidente che sia impensabile farlo seguendo il modello di crescita economica utilizzato dai Paesi finora industrializzati. In alternativa gli autori propongono l’attuazione di politiche che tengano presenti contemporaneamente i bisogni della gente e le condizioni ambientali, e suggeriscono di approfondire le ricerche sui conflitti ambientali e sulle alternative proposte dai movimenti di resistenza.

Lo stesso articolo di Singh et al. già citato, attraverso l’analisi del calcolo dell’impronta ecologica propone una visione interessante  rispetto ai risvolti dello sviluppo indiano ed alla distribuzione dei benefici tra la popolazione.  Nel 2003 l’abitante ‘medio’ dell’India consumava 0,8 gha/ab, valore che pone l’India al 125esimo posto su 152 nazioni di cui sono disponibili misure. La maggior parte degli indiani però consuma meno dei questo valore, mentre una piccola minoranza consuma molto di più.   Se si costruisce una classifica dell’impronta ecologica basata non sul consumo medio a persona ma sul totale dei consumi, l’India si colloca al terzo posto, subito dopo USA e Cina.  L’elevato numero degli abitanti ‘pesa’ molto significativamente sui consumi totali.

Un confronto tra la disponibilità di natura (la biocapacità) e il consumo di natura (l’impronta ecologica) mette in evidenza l’insostenibilità di scelte economiche e sociali basate sull’idea di una possibile crescita infinita.

Dal 1961 al 2013 l’impronta ecologica totale dell’India è raddoppiata (la nazione sta quindi letteralmente ‘svuotando’ le sue riserve per sostenere il boom economico) e il PIL si è quasi triplicato. Tuttavia nello stesso periodo di tempo l’impronta ecologica del cittadino medio si è ridotta del 12 per cento. Questo significa che mentre un certo numero di abitanti sta effettivamente godendo di un tenore di vita più elevato,  la maggioranza degli indiani non gode dei benefici della maggiore ricchezza, anzi: la povertà sta crescendo perché sempre più persone competono per risorse sempre più scarse.

Questi dati forniscono informazioni preziose riguardo alle disparità nella distribuzione degli effetti positivi e negativi dello sviluppo tra fasce diverse dalla popolazione. Coloro che più subiscono le conseguenze dei processi legati all’industrializzazione e all’aumento dei consumi sono proprio quelle che appartengono già agli strati più poveri. Lo sfruttamento delle foreste per le estrazioni minerarie, i progetti per la produzione di energia idroelettrica, e le infrastrutture ad essi legati sottraggono terra ai coltivatori, ai contadini, alle popolazioni tribali e fuori casta che tradizionalmente dipendono dalla terra per il proprio sostentamento. Risvolti di questo tipo mettono in dubbio l’ideologia dello sviluppo che vede l’industrializzazione come il mezzo per aumentare gli standard di vita delle persone. Prima di assumere questa come una certezza dovremmo interrogarci rispetto a quali persone ci riferiamo. Ai milioni di persone che già si trovavano in condizioni di povertà ed hanno perso la propria abitazione e il proprio piccolo appezzamento di terra e sono quindi costrette a vivere in condizioni di miseria per la costruzione di una nuova diga, oppure lo sviluppo aumenta gli standard di vita esclusivamente della classe media in crescita o quelli dei pochi gruppi industriali che oggigiorno costituiscono le entità più ricche al mondo?
Come sostengono – anche a livello globale – gli studiosi che da anni si occupano dell’ “ecologia dei poveri”, ad essere penalizzate dal crescente deficit ecologico sono e saranno sempre di più soprattutto le persone con basso reddito. Mentre coloro che appartengono alle fasce più ricche hanno abbastanza denaro per acquistare cibi e beni di consumo importati dall’estero, le comunità più povere spesso dipendono direttamente dalla biocapacità locale, sono quindi direttamente dipendenti dalla salute e dalla produttività degli ecosistemi in cui vivono.

Letture

  • Martinez-Alier J. Ecologia dei poveri, la lotta per la giustizia ambientale, Jaka Book, Milano (2009).
  • Sachs W.  Environment and human rights, Wuppertal Institute for climate, environment, energy.  Wuppertal papers 137 (2003).
  • Shrivastava A. & Kothari A. Churning the Earth. The making of global India. Penguin / Viking (2012).
  • Singh S.J., Krausmann F., Gingrich S., Haberl H., Erb K-H, Lanz P., Martinez-Alier J & Temper L., India’s biophysical economy, 1961-2008. Sustainability in a national and global context, Ecological Economics 76, 60-69 (2012).